venerdì 14 marzo 2008
recensione
L’avevo desiderato questo libro di poesie di Cristina Bove. L’avevo desiderato perché sapevo che sarebbe stato un atto di giustizia. Verso la Poesia e verso la Poetessa. L’ho conosciuta sulle pagine azzurre del sito “Poetare” e quando lessi il suo commento alle opere dei vari autori “…grazie, per non aver scelto il silenzio” ne fui subito catturata. Questo significava disponibilità all’ascolto, alla condivisione. L’animo doveva essere quello sensibile e ricco di umanità del vero Poeta. Ed infatti non mi sbagliavo. Le sue poesie ti entrano nell’anima come un raggio di luce nell’oscurità, ne senti il magico scaturire come la sorgente liberata dalla zolla, come il fiore che nasce sulla roccia.
Di lei ne percepisci la cultura, ma capisci che non ne vuol fare sfoggio bensì dono, per comunicare, condividere, compartecipare a quel mistero che è l’umanità.
Ed ecco allora la bellissima “POETA a chi?” Niente spocchia e supponenza nel mondo della poesia, ma solo umiltà. Come non volerle bene!
“CIASCUNO”, “Ciascuno/ sa il bruciare del suo pianto/quanto/ gli spezza il cuore/il suo dolore…..”
Le poesie di Cristina sono venate di accorate domande a cui cerca di rispondere evocando l’unica parola in cui sente possibile un alito di speranza e di salvezza, e cioè la parola “amore” . Ed ecco “LA ROCCIA” grande, maestosa…”..pregò il suo dio/perché gli fosse dato/espansione infinita/eternità/e Dio/lo fece diventare/amore.”
Si sa che in un mazzo di fiori ce ne sono alcuni che istintivamente preferiamo ed allora io scelgo “AMO LE VOCI” ….”amo la voce mite e convincente/che sa guidare/ma non è invadente/che sa esprimere il senso del divino/senza dimenticare quello umano….”
E poi “L’UOMO CHE ANDO’” “L’uomo che andò/lontano/nei silenzi/impietriti delle sfingi/a cercare il suo dio…”
Una musica di parole che affascina e conquista il lettore. Così è la poesia di Cristina Bove.
“FIORI E FULMINI”. Certo. Fra i secondi ci può stare “O DIO”. Ecco, vorrei che lassù leggesse perché anch’io mi trovo in accordo con quanto dice la poetessa. Domande come fulmini che illuminano il cielo e scompaiono, con risposte umane che non ci convincono….” ..A me basta l’inferno/di questo nostro vivere/in cui siamo costretti ad inventarci/giudizi universali/e a raccontarci/di paradisi inutili/per non odiarti/o Dio”.
La raccolta è eterogenea, fiori di parole ricche di significato e di musica, fulmini come lampi, intuizioni, condanna contro l’ingiustizia e la menzogna “NUOVI FARAONI” ..”Voi spacciate sorrisi/dalle navi/che trasportano morte/vendete paradisi/agli innocenti abbacinati/e uccisi/da lusinghe contorte.”…
Per chi ama la poesia, leggere Cristina Bove, sarà una festa per il cuore e per la mente. Io la posso solo consigliare…vivamente!
Giovanna Giordani
martedì 12 febbraio 2008
Intervista di Giuseppe Iannozzi
Cristina Bove
1. Parliamo di te, prima di entrare nel cuore della tua poesia, quella di “Fiori e fulmini”.
Chi è dunque Cristina Bove? Una breve autobiografia, possibilmente evidenziando gli aspetti più artistici e culturali che hanno fatto di te una poetessa ma anche una pittrice, e non solo.
Sono nata a Napoli, nel settembre del 1942, mi sono trasferita a Roma quando mi sono sposata e ancora vi risiedo. Molte esperienze dolorose mi hanno segnata, ma anche meravigliose come la nascita dei miei quattro figli, l’amore, le amicizie, la lettura, la pittura, la scultura, la poesia. Ed ora questo mezzo magico che mi permette incontri di pensiero che mai avrei potuto immaginare, e questa intervista che mi stai facendo.
2. Quali autori hanno maggiormente influenzato il tuo modo di sentire il mondo e quindi la società che lo abita/vive? Per quali motivi?
Le mie letture sono state e sono tuttora quelle di un’autodidatta onnivora e vorace, che non potendo acquistare libri si iscriveva a tutte le biblioteche delle città in cui risiedeva Perfino a Tunisi, dove ho vissuto circa tre anni, mi iscrissi alla biblioteca dell’Istituto Culturale Italiano, e dove venni ospitata anche con una mia personale di pittura.
Ho letto talmente tanto, che la mia memoria è un sedimento di tracce lasciate dai più svariati autori ed argomenti, Shakespeare, Hugo, Goethe, Dowstoevskij, Tolstoj, Hemingway, Bulgakov, i classici latini e greci, Pavese, Calvino, Campana, Primo Levi, trattati di medicina, di astrofisica, amo Hawking, Eco…Tagore, potrei continuare la lista, nel più completo disordine di acquisizione. Se dovessi dire quali autori hanno lasciato un segno dovrei dire tutti. Ma non chiedermi citazioni, la mia labile memoria non me le consente.
Giuseppe Iannozzi raccomanda3. “Fiori e fulmini” è un libro particolare, non ci sono difatti delle sezioni spazio-temporali, è invece un corpo unico di liriche che si possono leggere singolarmente ma anche partendo dalla prima per arrivare fino all’ultima. Se di decide di leggere da “A me” fino a “Web”, allora si ha l’impressione d’aver letto la lunga felice dura vita d’una donna, la tua, Cristina. Una vita fatta di ricchezze semplici e di dolori, senza mai cedere ai facili sentimentalismi e all’ipocrisia, ma sempre affrontando la vita a muso duro, anche quando la vita ti segna con il marchio del dolore.
Come hai scelto le poesie che avrebbero fatto parte di “Fiori e fulmini”?
Intanto ti ringrazio di aver colto così bene il senso delle mio libro e della mia vita, le poesie sono state mantenute in ordine alfabetico e non cronologico, perché ho sempre pensato che la poesia è più che altro una suggestione, che nasce sì dalla percezione di un momento, dall’emozione di un sentimento intensamente vissuto, ma che permea ogni respiro, ogni attimo della vita di chi ne è “affetto”.
4. Il tuo poetare è ricco di dolore, d’un dolore a volte tragico, ma non per questo versato all’autocompiacimento. C’è pietas, ma una pietas che solo l’uomo può dare a un suo fratello. C’è una religiosità che è radicata al tempo storico che si vive e che non si genuflette per pregare un dio che si dice abiti nei cieli. Puoi approfondire?
Il dolore mi ha insegnato che ogni essere umano vive con la più alta probabilità di provarlo, che nessuno è escluso dall’ineluttabilità della morte, che gli uomini sono coraggiosi a vivere sapendo che dovranno morire, che se gli dei esistono, sono loro che devono imparare dagli uomini, loro che devono amarli, ammirarli, ricompensarli di questo spettacolo cui assistono e dove ogni recita costa sangue e vita di un essere umano.
5. Renzo Montagnoli, parlando della tua poesia, ha scritto: “…la vita è una sola, con aspetti negativi e altri positivi, ma merita in ogni caso di essere condotta fino in fondo, di amarla con tutte le proprie forze, il che non è un atto di egoismo, poiché ciò a cui si deve effettivamente aspirare sono gli autentici valori a fondamento di ogni civiltà, perché in essa innati e che l’umanità si è portata appresso nei secoli, ogni tanto dimenticandosene, nella rincorsa vana di feticci della felicità. […]”
A tuo avviso, che cosa sono oggi i feticci della felicità, quali sono quegli egoismi che dovremmo tenere per la nostra felicità e quali dovremmo invece rigettare in parte o on in toto? Quali sono gli autentici valori della civiltà, e soprattutto, oggi come oggi, ci sono ancora dei valori in cui poter credere a occhi chiusi?
I feticci della felicità sono i valori creati ad hoc dal consumismo bieco che ci vede intenti a riempirci la pancia e a circondarci di orpelli mentre la maggior parte dell’umanità muore di stenti. L’ipocrisia dei sistemi religiosi che si proclamano detentori assoluti della Verità rivelata (sic) e nel nome di dio scatenano inferni. La perdita dei sogni e degli ideali a favore di immediate soddisfazioni di appetiti istintuali, a volte brutali, che conducono l’uomo ad abusare dell’uomo. Bisognerebbe sollecitare nei giovani risorse di pensiero, offrire loro apprezzamento e considerazione per ogni conquista intellettuale, facendo diventare marginali quelle semplicemente esteriori.
Si può ancora credere all’amore, ai sogni di Prometeo di ciascuno, alla poesia…
6. In che misura la poesia può aiutare l’umanità ad essere migliore? E, perché?
Perché sposta l’attenzione dagli istinti all’intuito, dalla quotidianità che appiattisce alla originalità di un pensiero che eleva. Perché fa trovare in sé stessi il proprio aspetto alato, quello che non è soggetto alle leggi di gravità e che non ha bisogno di mezzi materiali per esprimersi, è pensiero alla ricerca di un cuore.
7. Il tuo poetare è molto diretto, a volte molto vicino alla prosa poetica: la musicalità è data più che altro da assonanze e allitterazioni. Vorrei che mi spiegassi qual è il tuo stile, e soprattutto quanto esso è importante affinché la poesia penetri nell’animo del lettore.
Mi è difficile rispondere a questa domanda, perché non mi sono mai soffermata ad analizzare questo aspetto della mia poesia. Non vi sono ricerche tecniche, perfino le scelte lessicali sono inaspettate a me stessa, se dovessi cercare di spiegare direi che è la poesia che viene a cercare me, che spesso mi sento soltanto una cassa di risonanza in cui può esprimersi ed echeggiare.
8. La tua poesia è evocazione intimista o anche messaggio sociale per una civiltà migliore?
Della prima indubbiamente, del secondo non so, se diventa messaggio è soltanto perché è la proiezione dell’idea che ho io di un mondo migliore.
9. In “Ho visto la città” scrivi: “Ho sentito il mio cuore/ svegliarsi nel silenzio/ del diamante/ cercare le parole/ che i poeti/ lasciarono leggére/ come felci sfiorate dalla luna/ arcobaleni allodole e cristalli/ fiori di mare suoni di colori/ i colori dell’amore/ in un respiro./ Sono viva/ perché nella mia notte/ qualcuno accese un sogno/ di poesia.” La poesia è dunque uno spirito salvifico tanto per il poeta quanto per il lettore? E se sì, perché? Da chi o da che cosa ci salva la poesia, quali ferite dell’animo riesce a lenire?
Forse mi ripeto, ma credo fermamente che la poesia aiuti a spostare l’attenzione dall’immanente verso il trascendente, dal gravame del quotidiano al mistero in cui siamo immersi. Non dà risposte, ma forse fa nascere domande.
10. Il titolo del tuo libro: “Fiori e fulmini”. Più fiori o più fulmini?
Credo più fiori, anche perché per contrastare un solo fulmine occorrono parecchi fiori.
11. Probabilmente mi sono dimenticato di farti una domanda importante, ragion per cui ti lascio libera di formularla da te e di dare una risposta.
Probabilmente non saprei come rispondermi.
12. Grazie, Cristina. Sei stata molto disponibile e coraggiosa a sottoporti alle mie non facili domande. Ti auguro ogni bene per la tua poesia e la tua vita privata.
Grazie a te, Beppe, non sei stato cattivo, e per me è stato un piacere ed un onore risponderti. Ti ricambio gli auguri di ogni bene .
Cristina Bove
domenica 6 gennaio 2008
Recensione di Luigi Panzardi
E’ poesia, pura, intima, poesia del rapporto nostro fisico e spirituale con il mondo, con la rimpianta eternità, decaduto concetto. Non introspezione ma canto dell’esistenza completa. A chi si chiedesse quale sia il flusso che unisce i singoli componimenti risponderei che ogni poesia, nella raccolta, è una creazione a sé, che va gustata e ammirata per sé stessa, ma che tutte le composizioni vivono della vita dell’autrice e ne ricevono l’afflato e il colore. E il pessimismo. Questo evoca subito in noi l’immagine del malaticcio Leopardi. Ma il pessimismo della Bove è il moderno sentire che generato da una più matura conoscenza della realtà trova il suo abbrivio nel sentimento della morte come evento assoluto, definitivo e da qui investe l’essere, ne permea ogni accadimento, corrompendo malinconicamente esperienze ed affetti che appaiono cari fenomeni fugaci.
Ateismo e materialismo intessono i versi, tra i quali si insinua talvolta la nostalgia del dio padre che tuttavia ha tradito la sua invano desiderata funzione paterna: E quale cuore/ abusato respinto/ soffocato/ può ancora dare ascolto/ a un dio che assiste/ dorme di te/ respira il tuo respiro/ e supplicato/ non ti abbraccia mai?..
Nonostante la sua fugacità, e nonostante le amarezze, l’amore per la vita nella poetessa non subisce scalfitture, neanche dal tempo, che inesorabilmente scorre nell’unica direzione: Piume ne ho perse tante/ e guardo in faccia il sole/ a costo di morire.
La riflessione sulla transitorietà di ogni evento, con la sua nascita, sviluppo e fine, che si risolve poi in uno sbiadito ricordo, ci riporta sempre al modo in cui la nostra stessa vita è destinata a concludersi. E da questa riflessione sgorga un dolore persistente, espresso con modulazioni prodotte da corde di cristallo, la migliore definizione di questo canto, chiaro come il cristallo, che non illumina storie, eventi di calendari, che diffonde invece una luce tenue e calda su tutte le sfaccettature dell’anima. Non c’è nelle poesie della raccolta una sola forte invettiva, ed è coerenza: se è vero che siamo specifiche di numeri/ codifiche di monadi/ …barlumi quantici/ caricati ad ipotesi/ …parole a salve/ sparate nel silenzio…a che serve inveire, ma, ciò che è fondamentale, manca proprio il bersaglio, il demiurgo, contro cui poter scagliare con una qualche soddisfazione le invettive: Siamo chi siamo a chiederci/ “Chi siamo?”/ orfani dell’Ignoto/ estranei al Cielo/ alla cui fissità lanciamo missili. Canta nella poesia Gettati a caso il cui titolo è già sintomatico. Fatti di chiaroscuro/ a noi si addice/ la mezza tinta/ la vittoria grigia/ mediamente platonica. Aveva già scritto in Chiaroscuro, poesia nella quale il mistero dell’inconcludibile viene decifrato dalla purezza geometrica Al centro nasce/ la domanda sferica che trasfigura in immagine poetica ricercata: La risposta è un asintoto.
E così la poetessa si abbandona all’indagine su di un’anima molecolare, la scompone nelle sue micro particelle aria/ configurata/ soltanto in apparenza/ diversificata/ dai trilioni e trilioni di molecole nell’attesa dell’evento che la ricondurrà nel nulla da dove era venuta. Questo continuo percepirsi come transitoria amante del suo proprio essere le fa piegare le parole come felci, avvalendosi anche di una straordinaria perizia lessicale, le seleziona come foglie, scegliendo le più delicate e costruisce con questo docilissimo materiale le immagini suggestive dei suoi più intimi sentimenti. Ascoltatela quando, quasi con pudore, ci porge le immagini delle nostre dimore, di quella temporanea e di quella ultima eterna: La differenza/ è nelle dimensioni/ la casa si dilata intorno a noi/ la tomba si contrae su quel che resta. Dove nel “resta” mormorato c’è invece imperiosa l’immagine del nostro tragico esito.
Una poesia dunque originale, espressione di un sentire originale, in cui tuttavia il lettore trova il nucleo di sé stesso e il guado della propria esistenza.
Non voglio dire addio/ a nessuno/ non voglio dire cose/ ultime/ c’è un saluto di sillabe/ pronunciate col vivere/ e questo può bastare.
Una poesia da amare perché contiene le nostre molecole messe in bell’ordine, per mostrarci cosa siamo, sottovoce, senza roboanti illuminazioni e perché ci fa nascere la convinzione che almeno l’amore e la poesia riescono a rendere lieve l’attesa.
Luigi Panzardi
giovedì 27 dicembre 2007
Recensione a "Fiori e fulmini" dal sito Aphorism
Non è semplice comunicare l’anima attraverso le pagine di un libro; Cristina Bove ci riesce con la semplicità che contraddistingue i suoi versi, profumati di vita e freschi come l’aria del mattino. Nelle sue poesie, dense di serena consapevolezza, si percepisce un riferimento agli aspetti drammatici ed alle difficoltà personali, quasi sempre discreto, velato, talvolta palese, come nella struggente “A mia madre”. Nella variopinta girandola di emozioni che trae origine dal suo cuore c’è un pensiero per tutti, figli, amici, sconosciuti, luoghi reali ed angoli della mente. Il vissuto della poetessa diventa quindi paradigma delle umane sorti e chiave di lettura dei suoi versi, un continuo alternarsi tra meditazione ed evasione, giorno e notte, passato, presente e futuro. Sia nelle liriche più intimistiche, che nei componimenti corali, traspaiono comunque grande ottimismo, attitudine alla condivisione e saggezza nel cogliere l’attimo e lasciare il segno, qualità che solo gli spiriti autentici possiedono.
[Maria Teresa Di Sarcina]
venerdì 14 dicembre 2007
Cosa ne pensano Laura e Lory
Volevamo chiarire, per chi si appresta a leggere le parole che abbiamo dedicato alla raccolta di poesie di Cristina Bove, “Fiori e fulmini”, che quello che segue è soltanto l’impressione di due lettrici sul lavoro della nostra stimatissima poetessa e non ha assolutissimamente la pretesa di potersi definire una recensione.
Fiori e Fulmini è una raccolta di poesie scritte da una donna e femminile è l’intimo che le incarna, che ne concentra i toni, che ne mescola e ne miscela sapientemente i temi. Perché solo l’animo di una donna può scendere nel profondo della vita e della morte, della gioventù e della vecchiaia, della malattia e della guarigione di corpo e anima, del pragmatismo e dell’effimerità dell’esistenza, della forza e della debolezza degli esseri umani, uscendone vittoriosa.
Perché è un peana quell’inno alla vita che scaturisce generoso dalla penna di Cristina, che, come pochi, sa esprimere il senso del divino senza dimenticare quello umano (Amo le voci). Cristina, che ama con la testa e col cuore chi è vicino e chi è lontano da sé. Perché AMARE è soprattutto universalità e universale è il suo messaggio.
Fiori e fulmini è un viaggio duro, faticoso, doloroso all’interno dell’anima. E’ lirica, è poesia ma, soprattutto, è un irripetibile esempio di vita.
... da non perdere...
Laura e Lory
giovedì 13 dicembre 2007
Prefazione di Renzo Montagnoli
Fiori e fulmini
Prefazione
Il poeta riesce a guardare il mondo che lo circonda, trascendendo ciò che gli occhi vedono, e in questo Cristina Bove non si smentisce, perché in lei è presente questa straordinaria virtù ed è coeva con la capacità di trasmettere in modo chiaro, direi limpido, le sensazioni del suo animo.
Questa raccolta comprende un centinaio di poesie, solo una parte delle numerose che nel corso della sua vita ha saputo creare, senza mai essere ripetitiva.
In “Fiori e fulmini”, pur nelle molteplici tematiche affrontate, riluce la mano sensibile che riesce a trasferire nel verso, con ammirevole semplicità, le più svariate emozioni, dal tormento di un ricordo allo sdegno per la sorte riservata ai più deboli.
L’animo di Cristina è uno specchio in cui si riflettono visioni che rimbalzano sulla carta pregne di intime considerazioni, una presa di coscienza che solo il confronto fra la realtà e il sentimento trasfigura in messaggi, ora soffusi, spesso silenziosi, e quasi mai in urla liberatorie.
C’è una visione dell’esistenza, anche nei suoi aspetti più tragici, che lascia alla speranza dell’amore, inteso nella sua accezione più ampia, quel dare spontaneo che gratifica anche senza risposta e che fa sentire più vivi, come in Amo le voci “ Amo le voci che parlano sommesse che sanno dire senza farti male che scelgono il silenzio quando è bene tacere “, oppure in Brulicava di luci , una lirica di ispirazione quasi bucolica, dove il richiamo alla morte va a sottolineare l’amore per la vita, una sorta di antitesi che ne esalta il valore.
Ci sono liriche intimiste, dove il volgere gli occhi dentro di sé è il cercare di conoscere la risposta a tanti perché e al riguardo ritengo opportuno sottolineare il particolare spirito religioso presente in tanti versi, una visione della vita che esula dai dogmi delle religioni per sfociare nella dubbiosa consapevolezza che qualche entità a noi ignota presieda ai destini del mondo, ai passi che percorriamo ogni giorno, a fatti ed eventi a cui partecipiamo secondo un copione che non conosciamo, ma che qualcuno ha ben definito.
Domande logiche che tutti ci poniamo, ma che la sensibilità dell’autore sa volgere in possibili risposte che alla luce della ragione hanno un senso senza essere certe, perché l’unica realtà tangibile è la vita, è quel fluire del tempo che ci accompagna dalla nascita fino al distacco, un distacco che può anche essere mediato, come quando qualcuno a noi caro ci lascia senza che possiamo far nulla, un’improvvisa consapevolezza della nostra impotenza di uomini che crediamo di saper tutto, ma che ignoriamo il perché esistiamo.
Al riguardo struggente è A mia madre, laddove Cristina scrive “ Mentre la vita che donasti a me non consentiva di donarla a te “, una traslazione di pensiero che porta dal pathos individuale a quello universale, una drammatica consapevolezza che il ciclo vitale non può essere modificato.
Più fiori che fulmini, perché anche nell’uso sapiente e mai ridondante delle metafore il verso, fluido, cristallino è al servizio della filosofia dell’autore, un concetto semplice, ma dalla grande portata per il bene del mondo: la vita è una sola, con aspetti negativi e altri positivi, ma merita in ogni caso di essere condotta fino in fondo, di amarla con tutte le proprie forze, il che non è un atto di egoismo, poiché ciò a cui si deve effettivamente aspirare sono gli autentici valori a fondamento di ogni civiltà, perché in essa innati e che l’umanità si è portata appresso nei secoli, ogni tanto dimenticandosene, nella rincorsa vana di feticci della felicità.
Un’ultima, doverosa annotazione: leggere le poesie di Cristina Bove è come entrare in un’altra dimensione, in un’atmosfera dolcemente sospesa che infonde una grande serenità.
Renzo Montagnoli
recensione di Luciano Recchiuti
Critica a “Fiori e fulmini di Cristina Bove
di Luciano Recchiuti
Più che una Silloge si tratta di un autentico spaccato di vita, una lunga sequela di odi poetiche apprezzabili stilisticamente e contenutisticamente, che parla a favore della forza interiore e delle capacità espressive di Cristina Bove.
La prima lettura invita subito a una segnalazione, un consiglio, più che altro: un libro che racchiuda il meglio della raccolta, che veda la luce al più presto per non disperdere nel tempo la voglia di fare.
Perché Cristina è poeta vero, che sa coniugare stile e interiorità, malesseri e gioie dell’anima con il gusto di raccontare in rime sciolte libere e liberate da pastoie metriche: gli scritti sono il dettato del cuore.
Anche se redatte evidentemente in epoche diverse (magari non lontanissime), cambia poco lo stile sempre a Lei riconducibile che si evolve nel tempo, che matura insieme alla sempre accurata scelta delle parole, delle figure retoriche, delle metafore efficaci con le quali cela il vero ed esalta il sogno (e viceversa).
Il tutto si accompagna, quale precisa scelta dell’autrice, all’assoluta mancanza di punteggiatura, lasciando alla naturale musicalità del verso il centro del raccontare.
Questo fa sì che in talune poesie i “pons”, i giochi di parole, riescano a esprimere con leggerezza sentimenti ed emozioni (vedi “Ad una ad una”), padroneggiati saldamente e parte di un lessico di valenza costante ed evoluta.
Così come “Al raduno”, surreale visione che colpisce per originalità e tematica (una “vecchiaia vista alla rovescia”, se mi si consente l’espressione), nella quale si affaccia improvvisa la persa gioventù da quelle stesse vesti prima occupate da corpi cadenti, nell’esaltazione dei doni fantastici della “vita” e del “nuovo”.
Poesie libere e liberate, dicevo, depurate dagli orpelli del fatuo e dell’inutile e pregne invece di significati sottili e di un “segno” leggero che tutta la contraddistingue. La disposizione stessa delle parole sul foglio assicura ritmo alle intime scelte del poeta e significato spesso mutevole, in un esercizio non facile sospeso sul baratro della banalità (senza “scivolate” significative).
In “Brulicava di luci” “leggera filigrana ondeggia sopra gli archi lunari e ne accarezza di rami flessi le colonne attorte”. E ancora “s’azzardano le mani a carezzare un ricordo di sogno fatto d’acqua”. La leggerezza si fa parola, la parola asseconda il moto consolatorio dell’anima.
Mi piace citare ancora “E condurrò” per le visioni evocate, vive e allucinate, contorte e avviluppate l’una all’altra dell’Equatore, del Sole, di Lune “corrusche” , di un Fiume dalle tracce d’oro, del Tempo che consuma, dell’Ombra incisa nella notte. Fiori di un giardino sconfinato, verde a dismisura come una valle piena di coloratissime farfalle stralunate.
Piacevoli le liriche in cui trionfa l’amore, in cui il gioco delle parole trascende l’oggetto del desiderio fino a sublimarlo, angelicandone la figura, ripulita dallo sporco delle ali al contatto con il terreno. Lo stile è sorretto da una scrittura mai scarna, pur se tendente all’essenziale, densa di significati e silenzi mai domi che si trasformano in immagini vissute.
Amore, etica e spiritualità vanno a braccetto, nel figurare l’Eterno che occhieggia come in un gioco di ombre cinesi, soprattutto nei versi dettati dalla solitudine e dalle grida talvolta disperate dell’Autrice. Delicata e pudica nel raccontare momenti intimi, come in “Figli”: ”attraverso me ci siete – ora siamo tutti insieme” .
Poesia moderna che si nutre d’antico, epopee del Mito che hanno radici all’insù, nel presente, mentre più rade le immagini ispirate al futuro, che si apre improvviso nella lirica “I ragazzi”, “corpi fatti di musica e richiami”, “futuri genitori dei nuovi figli liberi dal tempo”. Particolarmente efficaci le liriche brevi, nelle quali è un singolo pensiero a volare, sintesi e compendio dell’essere, sempre rifuggenti dall’apparire.
“Sono viva perché nella mia notte qualcuno accese un sogno di poesia” (in “Ho visto la città “ : è la poetica della Bove, l’alfa e l’omega, il suo rapporto con la realtà e le tante domande che spesso scaturiscono dal rapporto (talora irrazionale) con essa. Come giudicare altrimenti, infatti, la spietata disamina di “Homunculus”, che coniuga l’ “orribile visu” descritto con la presenza di “esseri lievi e tenui come veli assorti nei ricordi d’altri Cieli” ?
Lo stile asseconda i concetti, si fa Poesia Visiva in “Incantesimo”, dove crea delle dissolvenze di forma e contenuto, in quel “niente” che piano si scioglie e si asciuga come una lacrima al sole, simbolo di un destino terribile ma non disperato. Non c’è mai autentica perdizione nella poesia di Cristina: più spesso accettazione e la tendenza a fare delle parole insegnamento e saggia morale, impalpabile e diafana, sul limitare estremo delle liriche. Come in scritti d’altri tempi, o romanzi d’appendice.
La forza del “sé” prorompe dall’interno come un geiger con la maturità del vissuto, come un dono che consoli e sveleni i sentimenti meno nobili: “sentire nel cuore la dolcezza della musica amando chi la suona” (“
Stringendo le file di questa lunga disamina (tante erano le poesie e articolate), è possibile riconoscere l’elemento vincente della Silloge nella concretezza del Sogno, che si esprime con particolare forza commentando la stanchezza del ballerino con una semplice constatazione “Quanto gli può costare un paio d’ali ?”
Sì, Cristina, è lì il segreto della vita, saltare gli ostacoli a piè pari con le giuste soluzioni.
Bella “prova d’autore”, in cui il poeta è nudo di fronte ai temi che tratta, affetti, amore, famiglia, tempo, visioni cosmiche e naturalistiche, stati d’animo, ricordi e sogni. Le ultime liriche gettate sulla carta quasi con rabbia e sentimenti contrastanti: “Sulla sabbia”, “Nuovi faraoni”, Siamo noi”, “Sogno”, “Volo”.
Nulla manca in questa Silloge, neanche i brividi che ci destano “le tredici Lune”, “la scienza assoluta e beffarda”, e la morte che ci penetra dentro nella poesia “Volo”, ove “quel che resta nella carlinga è notte….(mentre)….fuori è l’alba”.
Al lettore (e al critico) il dispiacere che le righe scritte siano finite, e trionfi il bianco del foglio che ottunde gli occhi, nel ricordo della condivisa e partecipata lettura.
Luciano Recchiuti